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Polarquest 2018: un’avventura tra i ghiacci artici per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità

  • 14 Dicembre 2018
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Che cosa è Polarquest? Un viaggio, una spedizione scientifica, o più semplicemente un’avventura per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità? Forse un po’ di tutto questo, e poiché noi di TEDx amiamo le sfide e amiamo sognare, abbiamo chiesto a Maddalena Monge – una delle protagoniste del team di Paola Catapano della spedizione Polarquest2018 – di raccontarci la sua esperienza come membro off the boat della spedizione che la scorsa estate ha circumnavigato l’arcipelago delle Svalbard in barca a vela.
www.polarquest2018.org/

Maddalena: è stata una prima assoluta considerando che appena qualche anno fa non sarebbe stato possibile perché il pack si estendeva senza discontinuità dal polo nord fino alle coste nord dell’arcipelago. Questo è sicuramente un cambiamento lampante che ci fa capire come i ghiacci si stiano ritraendo mettendo in crisi l’ecosistema del polo.


Nanuq significa orso polare nella lingua Inuit, ed è il nome del veliero che vi ha ospitato durante il vostro viaggio di 43 giorni terminato a settembre. Proprio osservando e studiando l’habitat naturale di questi animali siete arrivati a risultati a dir poco sbalorditivi.

Si Nanuq è un’imbarcazione di circa 18 metri che ci ha portato a spasso per l’artico per oltre un mese. Ideata da Peter Gallinelli, è stata costruita secondo i criteri dell’architettura passiva:  non è infatti necessario riscaldarla per avere una temperatura confortevole al suo interno, perché self sufficient, ovvero non c’è bisogno di bruciare combustibili fossili per riscaldare,  quindi è stata pensata appositamente per navigare in questi mari artici senza creare scarichi inquinanti per l’ecosistema circostante.

Non siamo certo a livello di alcune spiagge di Bali né delle plastic patch delle Filippine. Tuttavia, come ci raccontava Stefano Aliani del ISMAR-CNR, dagli oltre 30 campionamenti di microplastiche che abbiamo effettuato potrebbe risultare che la concentrazione di microplastiche aumenta man mano che si va verso nord. Questa sarebbe una sorpresa negativa visto che ci sono modelli di simulazione che portano a pensare che a nord del mare di Barents ci possa essere un patch di plastica addizionale rispetto alle 5 già trovate. Non abbiamo ancora dati sufficienti, in quanto quelli raccolti fino ad oggi riguardano le Svalbard, ma stiamo cercando di capire come sia la situazione più a nord.

Gli esperimenti sulle microplastiche è quello che mi stava più a cuore, perchè sono pezzetti di plastica di circa 5mm che sono il risultato della dissoluzione e inquinamento di plastica in mare. Sono particolarmente pericolose perché riescono a penetrare nel sangue di animali, da zooplancton a mammiferi marini, rappresentando un pericolo non solo per gli animali ma anche per noi che li mangiamo.

Ma oltre alla plastica c’è di più: infatti la vostra spedizione ha potuto studiare anche il fenomeno degli sciami cosmici a latitudini estreme. Che cosa significa?

La provenienza dei raggi cosmici è in un certo senso ancora ignota. Quello che sappiamo è che la terra è continuamente invasa da raggi cosmici che arrivano principalmente dal sole ma anche da galassie molto lontane. Per misurare il passaggio dei raggi cosmici abbiamo portato a bordo di Nanuq un rivelatore di raggi cosmici assemblato al CERN da alcuni studenti del progetto EEE Extreme Energy Events, del Centro Fermi, sponsor di Polarquest rappresentato a bordo dalla Dottoressa Ombretta Pinazza. Il polo è magnetico e funge un pò da calamita naturale attirando questo tipo di particelle più che altrove. Abbiamo raccolto una quantità di dati senza precedenti alle più alte latitudini mai raggiunte al livello del mare e ora siamo in attesa di capire eventuali correlazioni con gli altri due rivelatori identici a quello montato a bordo, posizionati in Norvegia continentale e in Italia. Nel suo complesso, l’area coperta dai tre rivelatori è superiore ai 5000 km2 ed è la più efficace per confermare l’esistenza degli sciami cosmici generati da radiazione ad alta energia in collisione con l’atmosfera.

Dietro ad un viaggio solitamente c’è sempre curiosità e desiderio di scoperta, unito alla capacità di lasciarsi sorprendere di fronte a qualcosa di eccezionale.
Nello spirito di TEDx di condividere e ispirare le persone attraverso il racconto di esperienze uniche, che cosa ha maggiormente caratterizzato questa avventura tra i ghiacci?

I viaggi non si dimenticano mai, sono tutti unici a modo loro, ma questo in particolare è uno di quelli che ho già raccontato spesso, in quanto ha attirato molto la curiosità di amici e familiari. Il mio viaggio è durato 20 giorni in cui non ho mai visto la notte. Al polo d’estate c’è luce 24 ore su 24. Inizialmente mi sentivo un po’ sfasata e faticavo a prendere sonno, poi mi sono abituata ad apprezzare il sole di mezzanotte.

La maggior parte del tempo l’ho trascorsa a Longyearbyen, unica cittadina delle Svalbard che d’estate ospita fino a 2000 anime. Sono arrivata a Longyearbyen con lo scopo di organizzare la conferenza stampa e la diretta facebook in seguito all’arrivo della barca e di coordinare l’arrivo dei membri della crew che si sarebbero aggiunti nella seconda parte del viaggio, Gianluca Casagrande della Società Geografica Italiana, e Alwin Courcy che ha girato un documentario su Polarquest per conto di una emittente francese.

Paola e gli altri membri del team conoscevano già le Svalbard, essendoci stati per altre ricerche scientifiche, per me è stata la prima volta. Ho passato circa un anno a “pianificare su carta” quello che sarebbe stata la missione scientifica di Polarquest per poi arrivare a Longyearbyen e capire che la mia/nostra capacità di improvvisazione sarebbe stata una skill fondamentale da chiamare in causa per garantire la riuscita della spedizione. Come pure lo spirito di squadra. Il successo di un’impresa che opera in pari condizioni si ottiene solo se c’è un vero lavoro di squadra, soprattutto se convivi tutti i giorni all’interno di spazi estremamente limitati come una barca.

C’è una differenza tra il lavorare per un progetto comune e viverlo insieme finchè si realizza. Quello che più ho apprezzato dell’esperienza è stato vedere i “colleghi di scrivania” entrare nella mia vita quotidiana, condividere con loro l’esperienza a 360° in una location suggestiva come l’Artico. In un contesto cosi lontano e distaccato dalla propria realtà siamo riusciti ad andare più a fondo nelle nostre relazioni umane e a condividere lo stupore di fronte alla bellezza della natura in assenza di distrazioni digitali.

Come è stato vivere a bordo di un veliero, lontano dai confort della vita di tutti i giorni? Come si svolgeva una giornata tipo e come attraverso il digitale e i social network siete riusciti a raccontare in tempo reale quello che accadeva ogni giorno?

Navigare in artico è davvero emozionante. Non solo per i paesaggi spettacolari, ghiacciai che arrivano a picco sul mare, animali mai visti prima come un’allegra famiglia di trichechi o l’orso bianco con il suo cucciolo appena nato, ma anche per la quiete che ci circondava. Gli unici rumori che si percepivano erano quelli della natura e questa è una situazione a cui l’uomo moderno non è più abituato.

Essendo parte del team di terra, sono salita a bordo a Longyearbyen, e mi sono spinta fino a Ny Alesund a 79 gradi Nord, il posto abitato più a nord del mondo, dove l’Italia è presente con la base Dirigibile Italia del CNR. Peter Gallinelli insieme ad altri 5 membri dell’equipaggio, Mike Struik coordinatore tecnico di Polarquest, co-skipper Mathilde Gallinelli, Safiria Buono, operatore della mantanet, e Ombrettta Pinazza del Centro Fermi, sono rimasti a bordo per l’intero corso della spedizione, 43 giorni.

Non dobbiamo pensare ad una giornata tipo fatta di 24 ore perché in barca il tempo si calcola diversamente. 2 ore di turno all’esterno per aiutare lo skipper a controllare la rotta. E poi 7 ore di pausa in cui poter mangiare, dormire, leggere, cucinare o giocare a carte. Niente telefoni cellulari o internet in quanto non avevamo connessione.  L’unico modo che la crew aveva per raggiungere il team a terra era il collegamento attraverso un telefono satellitare. Chiaramente ogni comunicazione era piuttosto laboriosa, ma Paola Catapano, project leader e ideatrice della spedizione, è comunque riuscita a mandare foto e diario di bordo al team comunicazione per tenere aggiornate le pagine social ed informare tutti i followers sullo stato della spedizione quasi in tempo reale.  Alcune delle immagini più significative sono prese dai droni dotati di sensori di categoria “citizen science” che abbiamo utilizzato per sviluppare osservazioni geografiche e per controllare la situazione a terra prima di raggiungere la riva con il tender.

La nostra cambusa era ricca di prodotti italiani gentilmente offerti dagli sponsor, tra cui prosciutto crudo, pasta e vinello per scaldarsi. I pasti non erano regolari, c’era anche chi mangiava continuamente, ma abbiamo mantenuto l’abitudine di fare almeno due pasti al giorno tutti insieme, cercando di economizzare anche il lavaggio delle stoviglie, e di utilizzare solo gli utensili da cucina strettamente necessari.

Quale è stato il momento che ti è rimasto maggiormente impresso, più forte ed emozionante? Quale invece il più difficile da gestire (a causa dello sconforto, della paura ecc.)… 

Inizio dal più difficile che è sicuramente il momento in cui la barca si è incagliata sul fondale poco a largo delle coste di Longyearbyen e la deriva destra di Nanuq si è rotta a metà. Cosi mentre l’equipaggio ci mandava foto della barca inclinata di 49 gradi, come pure foto spettacolari scattate con il drone, il team di terra correva alla ricerca di colla speciale per riparare il danno. Purtroppo a Longyearbyen non erano disponibili grandi scorte di quel tipo di materiale e abbiamo dovuto ordinarlo. Non sapevamo se ridere, vista la comicità della situazione, o piangere considerato che la struttura di metallo per reggere il sonar utilizzato per scandagliare i fondali era stata costruita per essere attaccata proprio alla deriva destra della barca. Alla fine tutto si è risolto, abbiamo potuto riparare il danno e la spedizione non ha subito ritardi.

Il momento più emozionante per me è stato l’arrivo a Ny Alesund. Ero sulla prua della barca insieme a Gianluca Casagrande della Società geografica italiana e a Filippo Belloni Zappi, il cui nonno si trovava a bordo del dirigibile italia quando parti’ proprio da Ny Alesund nel 1928 per poi schiantarsi nel pack qualche giorno dopo. Al porto ci aspettavano altri membri delle famiglie di quei pionieri che già 90 anni fa erano venuti fin quassù per desiderio di scoperta e conoscenza. In quel momento guardando King’s Bay, Filippo mi dice che suo nonno aveva visto lo stesso scenario, visto che l’artico è uno dei pochi posti al mondo a non essersi profondamente modificato nell’ultimo secolo. In quel momento mi sono resa conto ancor di più dell’importanza di Polarquest come missione ambientalista, per ricordare a tutti il valore della preservazione ambientale e di come solo con uno sforzo collettivo si possa invertire la tendenza attuale, e consumare in modo più consapevole, calibrato e lungimirante. Al tempo stesso, condividere la nostra avventura artica con le famiglie dei discendenti del dirigibile Italia, con cui abbiamo celebrato una cerimonia commemorativa, al monumento delle 8 croci, proprio alla baia dei re da dove 90 anni fa il dirigibile partì, e che è dedicato a quegli eroi italiani che hanno contribuito alla scoperta e conquista dell’artico, mi ha reso orgogliosa di aver contribuito a ricordare un episodio della storia italiana di cui dovremmo andare fieri.

Wonder è il tema del prossimo TEDxBergamo. Abbiamo cercato di dare una definizione a questo termine inglese ricco di significati e suggestioni talvolta difficili da tradurre in italiano: “Wonder è quel senso di stupore e ammirazione che proviamo di fronte all’inaspettato e al meraviglioso”. Quale è stato, secondo te, l’elemento Wonder di Polarquest?

Carmine Gallo, autore del libro “Talk like TED, parla dell’effetto Jaw Dropping come componente essenziale di ogni buono speech. Ovvero, come sorprendere il lettore o lo spettatore attraverso esempi concreti che sembrano andare in una direzione ma che improvvisamente virano per dare risvolti inaspettati. Credo che per chi ha seguito il viaggio di Polarquest passo dopo passo questo effetto Jaw Dropping di stupore o ammirazione come vuoi chiamarlo, si sia presentato più volte.
Ricordo tra tutti una famiglia di belugas che si è avvicinata a Nanuq, quasi a volerci salutare, oppure i tramonti infuocati appena partiti dall’Islanda, e ancora gli iceberg enormi in mezzo al mar di Groenlandia. La natura del polo è davvero wonderful!

Da un punto di vista professionale, io che ho vissuto il progetto fin dalla sua fase embrionale ho provato l’effetto wonder quando le fondazioni Loterie Romande e Dudley Right hanno accettato di finanziare parte delle nostre attività di comunicazione, credendo in Polarquest e dimostrando interesse per la nostra ricerca scientifica ma anche per l’importanza di comunicare l’impresa per raggiungere e sensibilizzare il nostro pubblico. Credo che in questo mondo odierno in cui riusciamo a restare concentrati su qualcosa per un brevissimo lasso di tempo, dove ci sentiamo pervasi quasi da un senso di “onnipotenza” perché multitasking, lo storytelling sia una componente essenziale per la trasmissione di cultura e informazione. L’effetto Wonder di Polarquest è stato dato proprio dalla costruzione di un racconto che pian piano ha preso vita passando dal teorico all’azione ma continuando a raccontarsi in modo semplice,  comprensibile e suggestivo.

 

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